Copertina Uno, Nessuno e Centomila - Luigi Pirandello

UNO, NESSUNO E CENTOMILA – Luigi Pirandello

Copertina Uno, Nessuno e Centomila - Luigi Pirandello

In assoluto uno dei miei libri preferiti. Lo scrivo qui all’inizio, giusto per anticipare il tenore dell’intero articolo.
Avevo già letto Uno, nessuno e centomila più di un anno fa ed essendomi piaciuto tantissimo ho deciso di leggerlo di nuovo con la consapevolezza che questa volta avrei potuto mettere per iscritto tutte le sensazioni che ne sarebbero derivate. In effetti, prendersi del tempo per lasciar uscire dalla testa tutto quello che si accumula lì dentro, soprattutto in seguito a qualche lettura significativa, è una cosa che trovo davvero interessante (a questo punto avrete capito che il mio concetto di “interessante” può apparire ad alcuni piuttosto discutibile, ma tant’è).

Immagino che capiti a tutti quelli che amano scrivere: la scrittura come modo di lasciarsi andare. Quella chiara sensazione che mentre cominci a scrivere non hai idea di dove la tua testa andrà a parare e che, quindi, non ti resta che scoprirlo a posteriori, una volta posata la penna.

Uno, nessuno e centomila: riassunto del libro

Uno, nessuno e centomila è la storia, ambientata durante gli anni ’20 del ‘900, di Vitangelo Moscarda, un benestante borghese della piccola provincia di Richieri. Vitangelo, “Gengè” per la moglie e “Moscarda” per i dipendenti della banca di sua proprietà, avendo egli ereditato il mestiere di usuraio del padre, ha ventotto anni e il lettore lo scorge, un mattino, intento ad osservarsi allo specchio a causa di un fastidioso dolorino al naso. Quando la moglie gli fa improvvisamente notare alcuni leggeri difetti fisici, Vitangelo apre per la prima volta gli occhi ad una serie di riflessioni che lo porteranno, letteralmente, alla follia. L’uomo scopre, infatti, che l’immagine che la moglie ha di lui non combacia affatto con l’immagine che Vitangelo ha di sé stesso e comincia ad interrogarsi rispetto alla questione chiedendosi quale sia il vero Vitangelo: quello dal naso leggermente pendente a destra che evidentemente la moglie Dida conosce alla perfezione o il Vitangelo di Vitangelo, quello che ha idee e sentimenti chiarissimi e pensava di avere un naso perfettamente normale? La situazione diventa ancora più complicata, per Vitangelo, perché quel marito tanto amato dalla moglie ha persino un nome diverso e tutto suo, Gengè.

Questa, in breve, la scena che apre Uno, nessuno e centomila e con la quale Vitangelo avvia una conversazione diretta con il lettore, cercando di portarlo con sé durante queste incredibili considerazioni e analisi via via più sottili.

“Chi sei tu?”

Se già da questo inizio il libro non vi ha convinto e vi ha, invece, creato un profondo fastidio o lasciato una sensazione di completa inutilità del discorso, beh, forse non è il libro che fa al caso vostro. Perché in queste prime pagine viene anticipato il tenore delle pagine seguenti. E la cosa non può che peggiorare (o migliorare, se volete la mia opinione).

Il testo prosegue in effetti con mirabolanti ragionamenti che hanno aperto in me la porta di altrettanti collegamenti. Se poteste vedere il libro che ho tra le mani scoprireste una marea di sottolineature e appunti presi a matita:

“Se per gli altri non ero quel che finora avevo creduto d’essere per me, chi ero io?”

Il vero sconforto per Vitangelo arriva quando scopre, di fatto, di non potersi conoscere, di essere in effetti un continuo divenire, un essere in perenne movimento e cambiamento, cosa che impedisce la possibilità persino di darsi un nome. La questione mi ha immediatamente richiamato alla mente la scena di Alice nel Paese delle Meraviglie in cui Alice ha con il Brucaliffo una conversazione che fa più o meno così:

– Chi sei tu?

– Quasi non lo so, signore, al momento; so dire chi ero quando mi sono svegliata questa mattina, ma penso di essere cambiata molte volte da allora”

– Che cosa intendi? Spiegati!”

– Non posso spiegarmi, mi dispiace, signore – disse Alice, -perché non sono me stessa, capisce.

Portando la riflessione all’estremo Vitangelo comprende che , oltre all’immagine che noi abbiamo di noi stessi, esiste un numero di “noi stessi” pari al numero di persone che conosciamo ed incontriamo perché ogni “altro” avrà per sé una diversa immagine di noi. Di fatto, possiamo dire che siamo al contempo uno, nessuno e centomila. Appunto. E se tu sei uno, nessuno e centomila, ti basta alzare lo sguardo per renderti conto che questa realtà coinvolge tutti. Vitangelo porta con sé un esempio facilissimo e ci dimostra come, quando vediamo un membro della nostra famiglia all’infuori del nostro nucleo famigliare e di fronte invece ad una vecchia conoscenza, ci troviamo inevitabilmente a fare la spiacevole conoscenza di qualcuno che non conosciamo. Il parente è sempre lo stesso, ma avremo chiaro l’inghippo. L’immagine che noi abbiamo di lui e abbiamo sempre avuta, non corrisponde affatto all’immagine che quella vecchia sua conoscenza ci sta trasmettendo.

Luigi Pirandello, autore di Uno, nessuno e centomila
Luigi Pirandello, l’autore di Uno, nessuno e centomila

Vogliamo provare, ci dice Vitangelo, ad immaginare una situazione opposta? Siamo in compagnia di un vecchio amico e, all’arrivo del nuovo amico o del nuovo collega, sentiamo l’irresistibile voglia di salutare e allontanarci dal vecchio amico per restarcene da soli col nuovo. Perché? Perché ci vergogniamo del vecchio amico? Per Vitangelo, il problema è ben diverso. L’impulso di scacciare il vecchio amico è un tentativo di liberarci dal nostro imbarazzo perché all’improvviso sentiamo chiaro il fatto che noi siamo due: siamo l’immagine che di noi ha il vecchio amico e l’immagine che di noi ha il nuovo. La convivenza di questi due diversi noi diventa talmente ingestibile da portarci all’azione, eliminando il problema alla radice ed allontanando uno dei due amici in modo tale da sentirci nuovamente Uno.

“Non il vostro vecchio amico, no; avete mandato via voi stesso, quell’uno che siete per il vostro vecchio amico, perché lo avete sentito tutt’altro da quello che siete, o volete essere, per il nuovo”.

Il problema di Vitangelo tuttavia, all’inizio di Uno, nessuno e centomila, consiste proprio nel trovare una relazione tra l’io che appare a sé stesso e l’io che appare agli altri. Diventa estremamente divertente la scena in cui, seduto in conversazione con la moglie Dida e con il dipendente Quantorzo, Vitangelo si ritrova ad immaginare una conversazione tra otto persone. Ricapitoliamo: Dida come si vede per sé, Dida come la vede Quantorzo, Dida come la vede Vitangelo; Quantorzo come si vide per sé, Quantorzo come lo vede Dida, Quantorzo come lo vede Vitangelo; Vitangelo come lo vede Dida e Vitangelo come lo vede Quantorzo (non compare il Vitangelo come si vede per sé perché a questo punto della storia Vitangelo non si vede più, diventa un Nessuno). Pirandello scrive: “S’apparecchiava in quel salotto, fra quegli otto che si credevano tre, una bella conversazione”. Io lo trovo esilarante. Angosciante ed esilarante al contempo.

Siamo uno, nessuno e centomila

Insomma. C’è n’è abbastanza da mandare in crisi tutti! E a poco serve pensare che la cosa di per sé non ha rilevanza, che ci stiamo perdendo in inutili sottigliezze cerebrali, che quello che conta è essere qualcuno per sé stessi e sperare, e dico sperare, che gli altri riescano a cogliere chi siamo davvero. Ma chi siamo davvero? E, soprattutto, possiamo conoscerci davvero?

Vedete? Qua la questione non sta nelle risposte, che ognuno può trovare per sé in base a considerazioni personali o credi. La questione affascinante sta proprio nel fatto stesso di potersele fare, queste domande.

Le riflessioni di Vitangelo sono quindi cominciate con osservazioni di mero carattere fisico ed è proprio sul corpo che Vitangelo comincia a compiere i suoi primi esperimenti cercando disperatamente di vedersi vivere dall’esterno. Armatosi di specchio, l’uomo scopre però che la cosa risulta impossibile, che il corpo vuoto in quanto tale potrebbe appartenere a lui come a chiunque altro e che se riempito della sua vita, appare impossibile per lui guardarsi viverci dentro; perché non appena si fissa davanti allo specchio, Vitangelo si scopre finto e caricaturale.

Gli unici momenti in cui è possibile vedersi vivere sono quei veloci istanti in cui ci si scorge per caso nella vetrina di un negozio lungo la via principale e si prova quella strana sensazione di veder passare un estraneo:

“Era proprio la mia quell’immagine intravista in un lampo? Sono proprio così, io, di fuori, quando – vivendo – non mi penso? Dunque per gli altri sono quell’estraneo sorpreso nello specchio: quello, e non già io quale mi conosco: quell’uno lì che io stesso in prima, scorgendolo, non ho riconosciuto. Sono quell’estraneo che non posso veder vivere se non così, in un attimo impensato. Un estraneo che posso vedere e conoscere solamente gli altri, e io no”.

Identità, linguaggio, coscienza

Un’altra interessantissima riflessione è quella a proposito del linguaggio. Vitangelo osserva come le parole, di per sé vuote, tendano ad essere riempite dal significato che ciascuno di noi gli vuole attribuire. Ed ecco perché, nonostante si parli la stessa lingua, la comunicazione a volte non va a buon fine. Ancora una volta, la “solitudine” che Vitangelo comincia a percepire ovunque acquisisce una chiara solidità.

Da riflessioni meramente fisiche, Vitangelo passa ad esplorare poi come funzioni la percezione del mondo da parte dell’individuo approdando nel pericoloso terreno della “coscienza”. Vitangelo conclude che la coscienza si basa su un enorme errore, ovvero credere che esista una realtà unica ed univoca e che, di fronte a questa stessa realtà, tutti agiamo allo stesso modo. Definiamo “coscienza” proprio quel modo che ci appartiene e, per comodità, diciamo appartenere a tutti.

Stabilito di voler provare nel mondo quelle che finora erano state mere riflessioni intellettuali, Vitangelo comincia a compiere alcuni esperimenti attraverso i quali mira a distruggere le immagini che gli altri hanno di lui, nel disperato tentativo di procedere per sottrazione. Scopre così che, eliminata quell’immagine che gli altri hanno creato per lui, questi decidono non solo di abbandonarlo (rendendolo ancora più certo che, ad esempio, la moglie Dida fosse innamorata del suo Gengé, non del Vitangelo di Vitangelo) ma di interdirlo, dichiarandolo pazzo. Il problema, per Vitangelo è che, ora che ha preso coscienza della situazione, non può più fingere che questa non esista e la vita tranquilla e spensierata che gli altri portano avanti diventa per lui, invece, una finzione e un gioco.

È qui che risiede la solitudine che sempre più attanaglia il protagonista. Una solitudine che deriva dall’impossibilità di conoscere sé stessi e tantomeno ciò che siamo per gli altri. Perché se gli altri condividessero a parole l’immagine che hanno di noi, finiremmo per interpretare le parole a modo nostro e costruire, in fondo, un noi ancora diverso.

uno, nessuno e centomila: illustrazione di uomo ripetuto dal riflesso di uno specchio

Prometto che cerco di concludere ma la verità è che il testo è talmente pregno di riflessioni che potrei rimanere a parlarne per una vita intera. E nel caso non si fosse capito, mi piace da matti.

Punti positivi del romanzo sono il colloquio diretto tra il protagonista e il lettore che rende il testo una strana chiacchierata tra conoscenti e l’intelligentissima capacità di Pirandello di svelare anticipatamente diversi colpi di scena senza tuttavia rovinare alcun effetto. Ciò che trovo perfettamente riuscita, inoltre, è l’idea di base del testo. Come cioè Pirandello sia riuscito a stabilire un tema e ad indagarlo sotto ogni punto di vista, da ogni prospettiva. Una volta compresi i concetti di base della riflessione del personaggio, infatti, si scopre che questi vengono spesso ripetuti in forme via via diverse e raffinate, creando un concatenamento di frasi che fa sorridere il lettore. È come se, in fondo, l’autore cercasse di confonderci con un perenne “Lui sa che lei sa che noi sappiamo che loro sanno” e ci portasse a ridere proprio perché una parte di noi sa perfettamente che la cosa ha senso mentre l’altra se ne sta lì a rileggere la frase un miliardo di volte nel tentativo di capire se abbiamo capito ciò che dovevamo capire (si, avete capito). Il divertimento dipende, insomma, dalla consapevolezza che Pirandello sta decisamente cercando di prenderci per sfinimento.

Insomma, ecco quel che penso di Uno, nessuno e centomila

Detto questo, è un libro che non mi sento di consigliare a tutti. Questo perché lo ritengo un libro difficile, che va letto con la voglia di capire, di giocare con la logica, i concetti e le parole. Un libro che ti costringe a fermarti più volte, un libro in cui la maggior parte delle cose capitano della testa del protagonista e non nel mondo. Un libro che ti costringe a pensare in modo diverso.

Ecco, la verità è che il libro mi piace tantissimo perché non fa altro che indagare a fondo questioni che nella mia testa giravano invece da anni.

Insomma, non so se vi è mai capitato di immaginarvi da fuori. Durante un viaggio in treno, arrivati ad una stazione sconosciuta, non avete mai guardato le persone sedute sulla banchina pronte a salire a bordo o in attesa di qualcuno e chiedervi come appariate voi, seduti in quel vagone illuminato, ai loro occhi? Guardando un aereo alto nel cielo non avete mai pensato a come possa sentirsi quel qualcuno che, là sopra, sta invece guardando in basso e per cui non siete altro che un piccolissimo puntino? A lungo sono stata una persona timida (e anche qui, la questione è: io stessa mi definivo timida e mi comportavo di conseguenza auto-convincendomi della mia timidezza o ero timida per davvero? vedete? il ragionamento continua ad applicarsi a tutto!) e mi sono chiesta come apparissi da fuori; se il mio essere silenziosa e solitaria apparisse agli altri per quello che appariva a me o sembrassi invece una persona distaccata e disinteressata.

Ecco, credo che se avete avuto pensieri di questo tipo nel corso della vostra vita, Uno, nessuno e centomila diventerà per voi qualcosa di davvero speciale ed unico. Un mondo in 188 pagine. Se non vi è mai capitato invece, devo dirvi che la lettura vi apparirà cerebrare, molto, troppo. Forse arriverete ad un punto in cui, presi dallo sconforto e dalla noia verso un personaggio e un autore che vi appariranno essere estremamente pazzi o intellettuali annoiati e noiosi e niente di più, deciderete di abbandonare la lettura. Vi capisco, non posso giudicarvi. La vostra realtà è semplicemente diversa dalla mia.

Ma se volete provare, fare un tentativo di capire come tutto, tutto nella vita possa diventare un meraviglioso gioco di indagine e analisi, fatelo. Scommetto che ne ricaverete qualcosa di bello.

Ecco, ora devo combattere l’impulso di rileggere il libro da capo. Almeno fino al prossimo anno.

Prometto.

Titolo: Uno, nessuno e centomila; Autore: Luigi Pirandello; Data di pubblicazione: 2015; Editore: Giunti Demetra.

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